Lunedi 30 marzo, nella sala storica della Biblioteca comunale degli Intronati, è stato presentato il nuovo libro di Daniele Magrini dal titolo significativo di “INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DAZI. LA GUERRA FREDDA DI TRUMP ALL’UNIONE EUROPEA”. In estrema sintesi la tesi del libro è che
l’Intelligenza Artificiale e l’accesso ai dati sono diventati le armi principali in un nuovo conflitto geopolitico e commerciale.

I punti chiave del libro, come si legge compulsando all’uopo l’intelligenza artificiale (!) dovrebbero essere:
- Guerra commerciale tecnologica: Magrini analizza come le tariffe doganali (dazi) siano utilizzate come leva politica dagli Stati Uniti (amministrazione Trump) per contrastare l’Europa
- Scontro Europa-USA: Il libro descrive un braccio di ferro tra le regole digitali europee e il controllo dei dati nelle mani dei giganti americani, con effetti di
- IMPATTO DEMOCRATICO: L’inchiesta evidenzia come le scelte pubbliche, l’opinione pubblica e la sovranità europea siano condizionate dal controllo algoritmico e dalle politiche commerciali.

Con la consueta affabilità, ironia e competenza, il professore si sofferma sull’inquietante attualità descrivendo giustamente un quadro tanto preoccupato e minaccioso, quanto, almeno apparentemente, privo di vie d’uscita.
Tuttavia, con nostra somma meraviglia, in due passaggi della sua esposizione sembra deridere esplicitamente “Etica, Illuminismo e Ragione” assegnando al Feudalesimo grandi meriti esaltando il “carattere contrattualistico” della struttura di potere di quel sistema e indicando nella Magna Charta Libertatum del 1215 il ruolo di “BASE (sic) del costituzionalismo moderno”.
Ma andiamo per ordine. A Balestracci non è andato giù il fatto che, parlando dell’Intelligenza Artificiale, ci sia stato chi ha parlato di Anarchia feudale (minuto 10,53 del video), di Piramide feudale (minuto 9,21) o anche chi, come Roberto Seghetti (Laterza) ha disquisito sul il Capitalismo feudale o sui Tecnotemplari. Lo storico medievista senese, insomma, non ha nascosto il suo “sconcerto” per quest’uso del termine, a suo avviso scorretto, ricordandoci che
- il feudalesimo è stato un coacervo di sperimentazioni del potere
- il rapporto tra feudatario e vassallo è basato sul contrattualismo
- la Magna Charta Libertatum del 1215 è la base del costituzionalismo moderno e che, in sostanza,
- il feudalesimo è Potere che elargisce protezione in cambio di obbedienza (Marc Bloch, 1939).
Su queste affermazioni avremmo, da profani, alcune domande. Infatti, mentre non abbiamo alcun dubbio sul resto (in particolare ci sembra chiarissimo il concetto autoritario e assoluto del Potere che tutela gli obbedienti) saremmo perplessi di fronte all’affermazione che la Magna Charta sia la “base” tout court del costituzionalismo moderno avendo finora ritenuto che questo documento (peraltro risalente al momento in cui il feudalesimo volgeva al termine) sancisse piuttosto la concessione da parte del Re ai Baroni ribelli e alla Chiesa di alcuni diritti, come la protezione dei Baroni dalle pretese feudali (appunto), il giusto processo (habeas corpus, sempre per i Baroni) e la libertà della Chiesa dal potere assoluto; i diritti dunque erano limitati a questi soggetti e la Carta difendeva le élites degli esimi ribelli; solo più tardi — a quanto ne sappiamo — i diritti sono stati estesi ai mercanti e uomini di città e solo con il decorso dei secoli sono arrivati, almeno formalmente e in linea di principio, a tutti i cittadini.
Quanto a Marc Bloch ci sembrava di ricordare che egli vedesse il feudalesimo come sistema caratterizzato da parcellizzazione del potere e sottolineasse anche i suoi aspetti oppressivi (giustizia arbitraria nelle mani del Signore, diseguaglianze economiche e sociali, potere assoluto sui vassalli e contadini, mantenimento della servitù della gleba…).
Insomma, sempre da non addetti ai lavori, la base del costituzionalismo moderno (si sottolinea “moderno”) le ritroveremmo piuttosto nella Rivoluzione Inglese (seconda metà del diciassettesimo secolo), nella Rivoluzione Americana con la costituzione USA (1787), nella Rivoluzione Francese e nei pensatori che introdussero le idee di libertà, separazione dei poteri e sovranità popolare ( Locke, Montesquieu, Rousseau…), cioè con l’Illuminismo, a proposito del quale il professor Balestracci si esprime in termini derisori e perfino beffardi quando parla dell’Europa (minuto 21,30) che si trova “fuori gioco per un mix di indecisione, frammentazione e ANCORAGGIO all’ETICA”; anzi Balestracci arriva a dire senza mezzi termini che, mentre una volta “la forza dell’Europa erano le vele e i cannoni” (con cui gestiva la sua politica coloniale globale), oggi il vecchio continente è vittima (sic) della “sbornia illuminista, razionalista, positivista” che l’ha spinta a ritenere che la democrazia fosse una fase “ottimale” e che fosse addirittura esportabile, mentre la storia avrebbe dimostrato il contrario!
E, attenzione, quando parla di esportabilità, non cita la frase completa secondo cui la democrazia non è (ovviamente) esportabile con le armi, ma che sarebbe in ogni caso non esportabile, nemmeno sul piano culturale e del confronto tra i sistemi di governo possibili, perché, contrariamente a quanto si pensa di norma, la democrazia sarebbe (sic) tutt’altro che “inossidabile”.
E pensare che noi eravamo rimasti dell’idea che la democrazia, come ebbe a dire Churchill nel 1947, “… è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.
Insomma, caro professore, non possiamo dire di condividere la sostanza del suo intervento e ci permetteremmo di obiettare — salvo che voglia meglio specificare i concetti espressi in tale occasione — che le sue parole rendono imprevisto e oggettivo sostegno alle tesi del sovranismo illiberale e alle visioni autoritarie e dittatoriali nel momento in cui la democrazia avrebbe bisogno di essere migliorata, tutelata e salvaguardata sia dall’intelligenza artificiale sia dagli attacchi cui è continuamente sottoposta.