Riportiamo qui l’immagine dell’articolo apparso ieri 4 ottobre 2026 su Il Fatto Quotidiano che tutti dovrebbero conoscere

Per il caso che risultasse poco (o per niente) leggibile trascriviamo il testo integrale in chiaro con qualche nostra evidenziazione e con affettuosa dedica agli autorevoli SOLONI nostrani — come Raffaele Ascheri — che hanno sempre sostenuto la tesi del suicidio:
David Rossi, la pista mandanti porta alla cosca Grande Aracri
di Marco Grasso
DAL SUICIDIO ALL’IPOTESI AGGRESSIONE Era il 13 marzo quando David Rossi, capo della Comunicazione di Mps, precipita dalla finestra del suo ufficio a Siena. Il caso viene archiviato come suicidio ma i dubbi che residuano portano all’istituzione di una commissione bicamerale d’inchiesta che la scorsa settimana ha reso noto i risultati di una consulenza tecnica sulla dinamica dell’accaduto. Al suo interno si avvalora la tesi del defenestramento, in seguito all’aggressione da parte di due o tre persone che avrebbero tenuto Rossi per le gambe fuori dalla finestra, prima della caduta fatale.
Dopo che tre diverse consulenze hanno accertato che David Rossi sarebbe stato ucciso, ora la commissione parlamentare d’inchiesta sulla sua morte cerca autori e mandanti. La pista più calda, clamorosa, conduce al potentissimo clan Grande Aracri di Cutro, che per anni ha regnato sull’Emilia. Il presidente della commissione e deputato Fdi Gianluca Vinci ostenta un moderato ottimismo: “A questo punto ci aspettiamo che chiunque sappia qualcosa parli”.
IL PENTITO E LA FILIALE DEI CLAN A Viadana, in provincia di Mantova, la cosca Grande-Aracri aveva una filiale di riferimento: il direttore della banca, racconta oggi un pentito, avrebbe consegnato a esponenti dei clan “100–150 mila euro cash a settimana”, aggirando ogni controllo: “L’Emilia era l’Eldorado delle cosche crotonesi. Con le false fatturazioni i clan hanno fatto i milioni”. A parlare è Angelo Salvatore Cortese, ex killer dei Grande Aracri sentito dalla commissione il 5 maggio del 2026: “Il problema della ’ndrangheta non è fare soldi, ma riciclare. E quando trovi questo tipo di persone, hai fatto 13”. Il riferimento è a “direttori di banca compiacenti”, corrotti dai clan con “regali”, “ristoranti” e “serate nei night, come il Bataclan di Colorno”. Cortese non fa nomi, ma dice di poter riconoscere la banca.
La commissione ha convocato altri due pentiti, Pino Giglio, già sentito in udienza segreta, e il boss Nicolino Grande Aracri. In attesa di capire cosa diranno, una banca di Viadana emerge dagli atti del processo Grimilde, nato dalle ceneri di Aemilia, il maxi-processo sugli affari dei Grandi Aracri: vari referenti del clan si appoggiavano a uno sportello della Banca popolare di Puglia e Basilicata. Qui aveva un conto anche tal Pietro Passafaro, per i giudici un prestanome di Salvatore Grande Aracri, nipote di Nicolino. A lui i pm arrivano ricollegando una carta di credito American Express e un biglietto del treno Italo, acquistato con la mail “n‑grandearacri@gmail.com”.
È a questo punto che le coincidenze cominciano a collegare la ’ndrangheta e la morte di David Rossi. Poco dopo il suo defenestramento, sul suo telefono viene digitato il numero 4099009. La stessa sequenza di cifre, lo scopre il giornalista Nicola Borzi, corrisponde a un certificato al portatore, emesso da Ge Capital Interbanca, tramite la sua filiale di Viadana. Stiamo parlando dello stesso sportello, finito in pancia a Mps dopo l’acquisizione di Antonveneta, e ceduto successivamente alla Banca popolare di Puglia e Basilicata per questioni di antitrust. Mantova era frequentata da Rossi, che era vicepresidente della Fondazione Tè. L’ex sindaco Nicola Sodano, sentito dalla commissione, ricorda come il manager non si separasse da una valigetta. Un altro testimone ricorda la valigetta e aggiunge: “Era piena di contanti”. Dice di chiamarsi Antonio Muto, si presenta al legale della famiglia Rossi, Luca Goracci, tre anni dopo la morte di David, con particolari inquietanti sulla sua morte. Tempo dopo Goracci apprende dell’arresto di un imprenditore calabrese di Mantova di nome Antonio Muto, protagonista di una bancarotta fraudolenta, con prestiti per 27 milioni con Mps, ma rimane sbalordito perché quel Muto non sarebbe lo stesso con cui aveva parlato.
MUTO E LE ENTRATURE IN MPS Antonio Muto è stato sentito dalla commissione il 22 settembre e ha negato di aver mai conosciuto sia Rossi che Goracci: “Ci sono tanti Antonio Muto in Emilia”. Proprio lui è però stato fu indagato e poi assolto per associazione mafiosa nell’inchiesta Pesci, condotta dalla Dda di Brescia sulle infiltrazioni dei Grande Aracri nel mantovano. Per i pm Muto era beneficiario di una linea di credito da 80 milioni di euro presso Mps, e aveva incontrato alti dirigenti, tra cui l’ex ad Fabrizio Viola, attraverso l’intermediazione dell’ex parlamentare del Pdl Sandro Bonferroni, già iscritto alla loggia P2. “Fu lui a portarmi a parlare con Mps, ma non incontrai Rossi”, ha detto Muto alla commissione. Occorre unire tutti questi pezzi per capire come la morte di David Rossi
si sia trasformata in un’inchiesta antimafia.
Senza dimenticare che Rossi gestiva milioni di euro di sponsorizzazioni sportive di Mps, tagliate proprio nel 2013. Dopo che tre consulenze — due medico legali e una dei Ris di Roma — hanno stabilito che quello di David Rossi sarebbe un omicidio, la commissione ha acquisito gli atti delle tre grandi indagini sui Grande Aracri: Aemilia, Grimilde e Pesci. In parallelo, la Dda di Brescia ha acquisito le perizie sulla morte di Rossi dalla commissione e altri atti sul caso dalla Dda di Bologna. In questo scenario, non è più troppo campata in aria un’ipotesi che circola da tempo:
se la morte di Rossi fosse un omicidio, e se venisse ipotizzata un’aggravante mafiosa, Brescia potrebbe sottrarne la competenza a Siena, quella Procura che per due volte archiviò il caso come suicidio.