Onorevole avvocato Gianluca Vinci, già Lega e ora deputato di Fratelli d’Italia, giovane presidente della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, ce la spiega una cosa? Essendo ormai trascorsi, purtroppo, tredici anni dalla morte di David Rossi, con quale motivazione d’urgenza ha pensato di avventarsi su Giuseppe Mussari sulla base di dichiarazioni di un signore catanzarese ora carcerato e già condannato in via definitiva per calunnia?

(qui il presidente si riconosce dalla poltrona alta in cuoio)
Non si rende conto che, dando credito al pregiudicato e carcerato Saverio Giampà, potrebbe passare per un giustizialista? E, poi, la chiamata in causa del Ceccarelli (Zena) del calcio storico fiorentino

non le puzza un tantino di sceneggiata di pittoresca fantasia? Non era meglio munirsi di prove invece di precipitarsi a sparare con l’insindacabilità dell’immunità parlamentare?
Così Mussari si è ritrovato davanti a tutti accusato di essere stato nientemeno che il mandante dell’intimidazione di un paio di energumeni, una roba piuttosto pesante che, ci consenta, non tollera leggerezze, meno che mai dai rappresentanti del popolo.

Menomale che Lillo c’è!

Le buone regole dell’investigazione dovrebbero valere anche per le commissioni di inchiesta parlamentari, non solo per i pm. La prima norma di ‘igiene investigativo’ è la verifica della credibilità del testimone, possibilmente prima di farne discovery con conseguente danno all’indagine e pubblicazione sui media. Applicando questa regola, la Commissione sul caso David Rossi avrebbe potuto porsi qualche domanda su un verbale che descrive un manager delle relazioni esterne, come David Rossi, che sposta 50 milioni di euro con un click.
Insieme ai verbali del testimone sarebbe stato utile depositare le sentenze che lo riguardano. In modo da dare a tutti gli strumenti per pesare rivelazioni sparate in tv come: ‘Giuseppe Mussari accusato di essere il presunto mandante dell’omicidio di David Rossi’. Un’accusa che appare tanto lunare quanto infamante. E pensiamo di avere i titoli per scriverlo senza essere sospettati di favoritismi verso Mussari, visto che l’ex presidente dell’ABI si è dimesso nel 2013 da quel posto dopo una nostra inchiesta, che non era basata su un verbale omissato di un teste condannato già 25 anni fa per calunnia.
Saverio Giampà, 61 anni, nato a Catanzaro, l’uomo che mette in fila in un verbale (cosparso di omissis per aumentare la suspense) un boss, un banchiere e un calciante fiorentino, è ben descritto in una sentenza del Tribunale di Bologna depositata il 13 aprile 2026. La sentenza lo condanna a sette anni in primo grado e dunque Giampà va ritenuto non colpevole per quelle accuse: avrebbe minacciato un benzinaio che non voleva dargli la gestione di un bar e avrebbe intestato fittiziamente gelaterie e ristoranti in Emilia ad altri per evitare i sequestri. In quella sentenza però c’è la ricostruzione delle precedenti condanne definitive. Dopo un patteggiamento per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nei primi anni ‘90, Giampà colleziona condanne per usura, lesioni personali e una per estorsione. Era soprannominato Nerone, secondo i magistrati, non per la carnagione come dice lui ma “in ragione della sua propensione a compiere atti incendiari”. Si butta pentito nel 1996 e nel 1997 il programma di protezione gli viene revocato perché “in netto contrasto con le norme comportamentali”.
Giampà si rifa una vita a Firenze dove si occupa dell’Accademia del Biliardo e ha ottimi rapporti con la Polizia e ne vanta con i servizi segreti. La condanna più importante, però, per valutare il suo odierno contributo all’accertamento della verità sulla morte di Rossi, è quella di Firenze per fatti del 1999 che è divenuta definitiva nel 2002. Un funzionario della DIA, Walter Colasanti, a settembre 2025, in aula nel processo più recente, ha raccontato la storia di Giampà e anche di quando “ha subito quella condanna per calunnia e false dichiarazioni al Pubblico Ministero in relazione ad una vicenda che lo aveva visto accusare di una tentata rapina, sfociata in un omicidio, un cittadino albanese che egli sapeva essere innocente”. Interessante il movente: “In quel caso era stato Giampà – che ‘stava per andare in carcere per espiare una lunga pena per pregressi reati’ – a ricontattare l’autorità giudiziaria”. Peccato che tutto ciò portò “all’esito di accertamenti tecnici che smascherarono la sua costruzione – a quella condanna per calunnia pronunciata con una sentenza in cui si affermò che ‘il prevenuto si decise ad accusare falsamente l’albanese con il fine di accreditarsi nuovamente con i magistrati e poter usufruire ancora di programmi di protezioni’”. I giudici di Firenze nella sentenza del 2026 chiosano: “Si tratta di acquisizione importante, perché, non sfuggirà, proietta una luce peculiare sugli impulsi che possano, nel tempo, aver mosso Giampà a proporsi come collaboratore dell’autorità giudiziaria”. Ora Giampà è in carcere di nuovo. Probabilmente vuole uscire e certamente di nuovo vuole collaborare. Secondo un articolo di Giacomo Amadori su Libero, dal carcere avrebbe scritto a Le Iene perché voleva raccontare la sua verità su Rossi e poi, dopo il rifiuto dell’autorizzazione da parte del DAP, la richiesta sarebbe finita alla Commissione d’inchiesta a guida FDI. Stavolta le dichiarazioni di Giampà hanno avuto maggior fortuna e sono già finite sui giornali e in tv.